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I prodotti dell'acquacoltura cinese: gamberi rossi di croceina e pesci verde malachite


  
 
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Cronache incredibili dal libro di Zhou Qing "La sicurezza alimentare in Cina"

"I gamberi marini in ammollo in urine umane sono un alimento tossico". Non ci avevate mai pensato, vero? Eppure è così. Leggete "La sicurezza alimentare in Cina" (edizioni Spirali, Milano 2008) - di cui abbiamo già parlato su questa stessa rivista nell'articolo "La produzione alimentare in Cina, perversa fantasia al potere", pubblicato su "Il Pesce" n. 2/2009 - e vi si aprirà una finestra su un mondo che non avreste mai immaginato. L'attenzione che riuscirete a catturare durante una cena fra amici citando i casi riportati nel libro sarà tale che diventerete i mattatori della serata. Se avete figli o nipoti che non vogliono andare a dormire, l'interesse per i vostri racconti supererà di gran lunga quello per la più macabra serie televisiva: il vostro racconto sarò un incrocio fra una puntata di X-Files e una di CSI (attenzione però ai risvegli notturni per incubi!).
Il quadro della situazione del proprio Paese che Zhou Qing dipinge è veramente incredibile. Questo giornalista è l'autore del libro-denuncia "La sicurezza alimentare in Cina", testo che raccoglie gli scandali alimentari riportati dagli organi di stampa nel corso degli ultimi anni in Cina e racconta alcune indagini in materia condotte dal giornalista stesso. L'opera gli ha permesso di vincere in Germania il Lettre Ulysses Award for the Art of Reportage.
Sfogliando le pagine del libro si passa dall'incredulità allo sconcerto, dallo stupore all'orrore. Addirittura si raggiungono picchi di sarcasmo e umorismo nero perché, se non ci fosse da piangere nel leggere tali e tanti casi di intossicazione raccolti dalla cronaca, ci sarebbe quasi da ridere amaramente per la fantasia illimitata dell'uomo e per la sua propensione alla truffa.
Da una parte ci sono la totale assenza di etica in un mercato che, a rigor di logica, in quanto non libero dovrebbe essere ultracontrollato, la smania di arricchirsi, la sensazione che finché ce n'è bisogna approfittarne, che ognuno deve badare a se stesso. Dall'altra c'è la più farraginosa delle burocrazie immaginabili, che coltiva solo il proprio limitato interesse: l'autoalimentazione, che tira a campare e ad approfittarsene, che mente spudoratamente ai propri cittadini, ai propri superiori, agli altri Paesi.
Queste due facce della stessa medaglia danno vita ad una realtà per noi difficilmente immaginabile, dove tutto è possibile e dove non c'è scampo per il singolo individuo.
Oggi in Cina il settore alimentare è quello che raccoglie più denunce da parte dei cittadini, che sono vivamente preoccupati per la loro sicurezza.
La mentalità che sembra ancora prevalere in questo Paese è quella che porta a cercare ad ogni costo di raggiungere la produzione più elevata, ignorando la qualità del prodotto.
Anche gli organi di controllo non sono esenti da questa logica superata e deleteria: "per un campione di un etto di carne [che risulta contaminato] non possiamo andare da un allevatore e chiedergli di uccidere tutti gli animali; non abbiamo né tempo né soldi" è l'amara affermazione di un ispettore. Ma non è solo questo il problema. C'è soprattutto la frammentazione delle responsabilità fra diversi enti, che porta all'inazione anche in caso di pericolo riconosciuto: addirittura otto ministeri si palleggiano brandelli di responsabilità nella filiera alimentare. E i funzionari fanno lo scaricabarile: ad esempio, il vice responsabile provinciale dell'agricoltura ha come obiettivo la quantità di cibo prodotto, per cui si sente libero di contestare apertamente il divieto di introdurre clenbuterolo cloridrato nel mangime; tanto i problemi sanitari ricadranno sul responsabile del settore sanitario, che comunque ha minor potere rispetto al vice responsabile provinciale.
Inoltre, gli interessi nascosti sono abbondanti: molto spesso i dirigenti comunali sono investitori negli allevamenti; di conseguenza ostacolano in vario modo gli ispettori per non mettere a repentaglio i propri guadagni. I grandi supermercati possono fare conto sui loro appoggi per non subire controlli, i piccoli rivenditori sono talmente tanti, a fronte dei pochi ispettori e dei loro mezzi, che contano sempre di sfuggire ai rilevamenti. E così, malcostume, cupidigia, ignoranza e lentezze burocratiche condannano un popolo a mangiare veleno.
Zhou Qing scrive accuse pesantissime a questo proposito: "ai funzionari non interessa molto il controllo sui maiali, il loro primo scopo è potere rilasciare certificazioni e permessi, intascare un po' di denaro". E addirittura "la gravità della situazione in materia di sicurezza alimentare diffusa in tutta la Cina è conseguenza di un sistema disposto a sacrificare tutto, pur di salvaguardare gli interessi del gruppo dominante". E infine "la Cina è come la Russia, sta entrando in un periodo di trasformazione, di capitalismo mafioso".
Ormai, secondo l'autore, in Cina gli alimenti e la loro produzione sono utilizzati come strumento eversivo di protesta. Addirittura gli allevatori arrivano a crescere gli animali con due modalità, in base al mercato di destinazione: mentre quelli destinati al consumo locale non vengono trattati, quelli per la città ricevono le "sostanze per la carne magra" ovvero l'onnipresente clenbuterolo cloridrato e altri anabolizzanti. "Tanto i cittadini hanno l'assicurazione sanitaria!" è la risposta degli allevatori a chi pone domande di carattere etico. Si tratta di una vera e propria "vendetta di chi fa parte dello strato più basso della società contro una società ritenuta ingiusta nei loro confronti, che nega loro il diritto all'assicurazione sanitaria" teorizza Zhou Qing.
Il clenbuterolo in Occidente è bandito dalla zootecnia dagli anni '90 perché responsabile di intossicazioni nei consumatori, sui quali ha effetti immediati e cronici (grave anemia) sulla salute. Dal 1999 è illegale anche in Cina. Ma la sua diffusione pare essere ancora oggi capillare.
Il quadro della situazione del clenbuterolo cloridrato che l'autore fa nel suo libro è anche un caso emblematico per comprendere come si possa giungere a situazioni come quella attuale.
Tutti possono disporre di clenbuterolo e tutti partecipano alla sua introduzione nella filiera zootecnica. Il contadino lo compra di frodo dal veterinario, dall'allevatore suo vicino, dal mangimista, dal rappresentante delle piccole fabbriche chimiche illegali, dal farmacista del paese, addirittura dal primo passante che trova.
L'ignoranza o la certezza di farla franca sono tali che il trattamento precede di pochissimi giorni la macellazione e così i residui nelle carni sono elevatissimi. La carne di maiale, di pollo e di pesce sono i prodotti più frequentemente e pesantemente contaminati da questa molecola.
È difficile realizzare l'idea che una buona percentuale del cibo che si compra sia dannosa a causa della pessima qualità o della presenza di contaminanti. Soprattutto se alle spalle si hanno generazioni che hanno subito carestie, se i membri più anziani della comunità ricordano ancora la fame che fino a pochi decenni fa flagellava la Cina - il libro accenna agli innumerevoli processi istituiti ai danni di contadini che rubavano il mangime negli allevamenti collettivi per mangiarlo. Soprattutto se il cibo è "un'ossessione culturale" e uno status symbol, se per la strada ci si saluta dicendo "hai mangiato?", se la soddisfazione e la felicità coincidono per tradizione con la pancia piena. Ed è anche difficile per un governo ammettere che percentuali elevatissime del cibo in commercio sia da eliminare. È difficile per un'amministrazione fronteggiare l'emergenza che si creerebbe se si ritirassero dal mercato il 100% dei rombi del mercato di Shanghai perché presentano nitrofurano, verde malachite, enrofloxacina, ciprofloxacina, cloromicetina, eritromicina, e altri farmaci vietati, il 25% della carne di maiale perché piena zeppa di clenbuterolo.
Secondo Zhou Qing, il governo centrale pare essersi accorto della gravità della situazione, ma non è in grado di adottare soluzioni rapide ed efficaci. Al momento non esiste un sistema legislativo completo e organico sulla sicurezza alimentare: le leggi sono obsolete, i poteri di intervento sono deboli, le competenze sono disseminate fra numerosi dipartimenti, la gestione del mercato è disordinata, le pene sono risibili e soprattutto pecuniarie. Ad esempio, le Commissioni responsabili dei controlli sulla sicurezza alimentare sono circa 10, fra cui quella per l'industria e il commercio, quella per la qualità, quella per la sanità, quella per l'agricoltura, quella per il controllo dei farmaci. Così ci si rimpalla le responsabilità, fra funzionari non si collabora e i responsabili non si puniscono.
A livello produttivo si sommano ignoranza, incoscienza, menefreghismo, cupidigia, ottusità e una straordinaria fantasia nel trovare soluzioni produttive al di fuori delle regole e della ragione. A volte si tratta di truffe che paiono quasi burle. Altre volte ancora si resta sconcertati dalla mentalità distorta dei fabbricanti.
I casi citati dall'autore sono innumerevoli: il cibo deve avere un bel colore, si sa; così i gamberetti vengono tinti con il "rosso acido 73" o croceina brillante, un colorante del legno cancerogeno. Si tratta di una novità, perché fino a qualche anno fa andava di moda colorarli con il Sudan rosso e, infatti, risale a pochi anni fa l'allarme diffuso in Europa per i gamberetti cinesi tinti.
A metà fra governo e produttori ci sono i funzionari di partito, che molto spesso con complicità, inerzia e corruzione rallentano e addirittura vanificano gli sforzi del governo centrale, arrivando anche a mentire spudoratamente agli ispettori. Come ad esempio è accaduto nel 2004 quando è esploso lo scandalo del latte per neonati adulterato a Fuyang: i documenti ufficiale inviati al Consiglio di Stato erano falsi, compilati nottetempo dall'intero ufficio competente quando aveva capito che lo scandalo non poteva più essere nascosto sotto il tappeto.
Vaso di coccio fra i vasi di ferro, i consumatori vivono nell'inquietudine, ma acquistano e mangiano. Il libro riporta un sondaggio di una trasmissione televisiva dal titolo "Rapporto settimanale della qualità", secondo cui il 90% degli intervistati si dichiara preoccupato per la propria sicurezza alimentare e l'80% afferma di aver avuto problemi in proposito. Il giornale «La gioventù cinese» riferisce di un sondaggio condotto fra maggio e giugno 2004 in 31 regioni, regioni autonome e municipalità: meno del 50% dei consumatori ha fiducia nella sicurezza alimentare nazionale.
Naturalmente, anche gli operatori del settore agroalimentare acquistano e mangiano. Il loro ritornello è: "noi non consumiamo mai i nostri prodotti, li esportiamo nelle altre province". Già, come se pensassero di essere gli unici a fare i furbi. Ma è cosa nota che il destino delle volpi è in pellicceria.
L'immagine stupefacente che Zhou Qing dà dei consumatori cinesi è quella di un popolo che da poco ha cominciato ad ampliare la gamma di alimenti, ad acquistare il cibo, a consumare prodotti nuovi. Come se fino a pochi anni fa facesse conto solo sui propri prodotti o accettasse di consumare qualsiasi cosa, essendo in preda alla fame. Come se si trattasse di bambini che non sono in grado di valutare la merce che acquistano, di difendersi dalle truffe più banali. [...]. (Giulia Mauri).

 
Relazioni
eco di stampa di La sicurezza alimentare in Cina (Libro)
Zhou Qing ( )





 
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